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Abruzzo: variazioni e fughe


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In un rigido pomeriggio di fine gennaio le prue dei nostri Kayak procedevano affiancate non lontane dalla costa.

L’acqua del mare era immobile e di una trasparenza inimmaginabile nel periodo estivo, degli aironi prendevano il volo appena superavamo la loro distanza di sicurezza, non c’era altro rumore che lo sciabordio dell’acqua provocato dalle nostre pagaie e il garrire dei gabbiani sulle vicine scogliere.

Preso da quell’atmosfera irreale per Francavilla a mare, una cittadina famosa per il suo turismo non proprio naturista, il mio amico non potè fare a meno di interrompere quel silenzio comune a ben altre latitudini e iniziò a parlarmi di esperienze ed emozioni vissute nelle numerose avventure sulle vette alpine, negli arcipelaghi croati, nel deserto sahariano, ed infine mi raccontò dello stupore che provò quando, in un viaggio in Australia, di fronte ad un panorama incantevole, scorse una targa di pronzo con una frase che Ernest Emingway aveva pronunciato proprio in quel posto.

Il celeberrimo romanziere e viaggiatore sosteneva che, in tutta la sua avventurosa vita, due sole volte era rimasto senza parole nel dover descrivere la grandiosità di un paesaggio: una era proprio l“ in Australia, e l’altra quando, in una giornata d’autunno, nell’attraversare dei boschi sulle montagne dell’Abruzzo, era stato sommerso da una natura prorompente fatta di aspre cime rocciose e inaccessibili foreste ricche di una miriade di colori.

Ma analoga meraviglia dovette provare il mio amico quando gli risposi che per me non c’era nulla di cui stupirsi; la mia professione di tecnico della Soprintendenza Archeologica unita ad un’imparagonabile attrazione per tutto ciò che la nostra civiltà non ancora riesce a contaminare, mi porta ad amare i posti più reconditi della nostra regione.

Aggiunsi che un certo sentimento di stupore lo provo anch’io, quasi tutte le volte che mi capita di viaggiare fuori dall’Abruzzo o in altre nazioni per le bellezze della natura di quei luoghi e per le località sconosciute dove mi sembra di aver già visiato molti ambienti con dei veri e propri dejà vu.

Certo le dimensioi sono diverse ma una qualche similitudine, con le dovute proporzioni, fra un altopiano himalaiano e il nostro Campo Imperatore non può essere negata; particolari prospettive nelle valli della Majella o del Parco Nazionale D’Abruzzo possono benissimo ritrovarsi nei ben noti parchi canadesi.

E che dire di un crepuscolo sul lago di Campotosto, interamente ghiacciato in alcuni mesi invernali, con sullo sfondo le alte cime del Gran Sasso che ci può far provare le stesse sensazioni di chi si affaccia dalla finestra di un cottage sulle rive di un lago islandese! Ma per non correre il rischio di essere considerati affetti dal mal d’Abruzzo, un male simile a quello che colpisce molti viaggiatori che visitano il continente africano, ci conviene accostare una verde collina teatina ad una toscana, una scrosciante cascata sui Monti della Laga ad un tumultuoso torrente alpino, o il suggestivo spettacolo dell’anfiteatro delle Murelle sulla montagna della Majella ad una delle tante cime dolomitiche. Per non inquadrare semplicisticamente la nostra regione in una ben determinata tipologia naturistica è necessario calarsi nelle forre più inaccessibili, scalare i monti più alti, pagaiare sulle acque trasparenti dei fiumi, per poi doversi sorprendere quando, tornando appagati da una di queste escursioni, sulla solita strada del ritorno, veniamo attratti da una verde collina illuminata dalla luce radente della sera, o dagli ultimi riflessi sulle acque del vicino mare.

Quello che meglio caratterizza l’Abruzzo infatti sono le innumerevoli variazioni, il continuo mutare, il passare in pochi chilometri da aspri ambienti di montagna a dolci colline e da queste, subito ad alte scogliere a piombo sul mare interrotte da lunghe spiagge sabbiose.

Ambienti che variano anche e soprattutto nelle diverse stagioni, tanto da suscitare sentimenti totalmente contrastanti; variazioni che prendono spunto da un tema che nella nostra civiltà sta quasi estinguendosi, la purezza della natura e si evidenziano attraverso particolari tagli di luce o col mutare delle condizioni metereologiche.

Viene quasi voglia di accostare queste variazioni alle sonate di Joan Sebastian Bach che nelle sue famose variazioni e fughe prendeva spunto da un tema per poi raggiungere armonie sorprendentemente variegate e allo stesso tempo intense, variazioni e fughe che possono ben spiegare la natura della nostra regione.

Questo ho cercato di esprimere attraverso le mie fotografie: le immagini non vogliono essere cartoline illustrate o elencazione di siti e panorami di cui sono ricchi depliants o broshure pubblicitari ma intendono fare in modo che prospettiveinconsuete o tagli di luce estremi possano esprimere le sensazioni provate davanti a particolari scenari.

Molte fotografie sono ricche di fughe prospettiche e, nel riguardarle, mi danno sempre più l’impressione che rivelino la necessità di fuga da un modo superficiale di guardare l’universo che ci circonda, di osservare distrattamente gli ultimi angoli preservati dalla cementificazione, e mi trasmettono la sensazione che vogliono comunicare la necessità di poter apprezzare le sfumature o gli intensi contrasti che si possono coglliere solo senza avere fretta, incuranti del tempo.

Mauro Vitale