MAURO VITALE
Spesso mi accade di rimanere affascinato di fronte al manierismo di pubblicazioni o mostre d’arte contemporanea, gli allestimenti sono parte
inscindibile dalle opere, tutto è perfettamente armonizzato, la forma diventa sostanza.
Il nostro aereo atterra al Dublin Airport in perfetto orario.
Tenevo molto a questo viaggio, forse per l’attrazione esercitata dall’Irlanda e dalla sua cultura sulla mia generazione, forse per le molte
affinità fra le aspre atmosfere irlandesi e i paesaggi abruzzesi a me tanto cari, o forse semplicemente perché avevo una nuova opportunità di
fotografare.
Il giorno seguente si presentava con quella tipica variabilità meteorologica che caratterizza il clima di quelle regioni: vento, alternanza di
nuvole e sereno, luce solare radente dovuta alla latitudine, tutti presupposti estremamente favorevoli per riprese fotografiche paesaggistiche. Sapevo che spesso fotografi di fama, quali quelli del National Geographic, sono costretti ad attendere per settimane condizioni propizie, quindi
esortai il mio compagno di viaggio ad affrettarsi per sfruttare al massimo quella congiuntura e in un primo momento fui alquanto noncurante
della sua tiepida reazione, tanto era il trasporto che provavo.
Nei giorni che seguirono notavo che la sua partecipazione continuava ad essere abbastanza fredda, rimaneva pressoché indifferente agli
spettacolari paesaggi che incontravamo, si ostinava a puntare la sua macchina fotografica in direzioni diverse dalla mia.
La digitalizzazione della fotografia ha prodotto dei benefici inimmaginabili solo pochi anni fa. Poter visualizzare immediatamente sul monitor
del computer il lavoro fatto è un vantaggio impagabile; confidando su questa opportunità e, incuriosito dalle anomale inquadrature che il
mio amico continuava ad effettuare, lo convinsi a mostrarmi ciò che aveva fotografato. Fili spinati, vecchi tralicci elettrici che disegnavano inquietanti
prospettive, distributori di prodotti petroliferi oramai abbandonati, ma anche segnaletica stradale e altri elementi apparentemente privi
di interesse erano stati i soggetti delle sue riprese; compresi subito la profonda differenza che c’era fra il suo modo di fotografare ed il mio.
I suoi scatti sono la concretizzazione, o meglio la trasposizione di un percorso interiore, i soggetti sono dentro di lui ed attendono solo l’occasione,
il momento opportuno per materializzarsi, indipendentemente dal contesto e dalla forma espressiva. Le sue realizzazioni raccontano
stati d’animo, angosce, stimolano la riflessione, danno vita ad un mondo immateriale che non esiste nella realtà, compiendo quell’atto che finm
dai primordi della storia dell’uomo viene chiamato creazione artistica.
La mia formazione culturale è stata quasi esclusivamente scientifica, tutta imperniata intorno ad un realismo che lascia poco spazio al trascendente.
Posso affermare con buona dose di oggettività, che l’elaborazione di elementi acquisiti nel corso degli anni sia stata il motore del mio iter
cognitivo ed evolutivo; non ho mai avuto visioni che non potevano essere spiegate come l’esito di una combinazione o il ripescaggio nei meandri
della mente di agenti esistenti.
La materia esiste al di fuori di me ed aspetta solo di essere fagocitata e immediatamente elaborata per adattarsi alla mia persona, non c’è niente che venga creato, tutto può ridursi ad un processo di trasformazione.
Ciò immagino rappresenti la più completa antitesi di quel processo che porta alla creazione di un’opera d’arte, vale a dire quella essenza che
supera la materia e per manifestarsi può avvalersi delle vesti più varie, pittura, musica, letteratura…
Riflettevo su queste considerazioni mentre sullo schermo del notebook scorrevano anche le immagini riprese dalla mia macchina fotografica
e, quasi inconsciamente, cominciai ad avvertire un certo stupore nel constatare che c’era anche in esse qualcosa che andava al di là della semplice
realtà tangibile; ero stato capace anch’io di generare qualcosa di nuovo, di non precostituito e che prima non esisteva?
Occorrono pochi istanti perché una mente abituata ad analisi empiriche torni immediatamente alla concretezza per cercare spiegazioni più pragmatiche.
Ho avvertito che una specie di flusso dalle immagini entrava dentro di me, era una emissione che indipendentemente dalla mia volontà infondeva
autonomamente sensazioni, la mia era una condizione passiva, di semplice ricettore.
I soggetti delle mie fotografie sono dotati di una loro indipendenza, il paesaggio stesso è attore.
È il paesaggio la creazione artistica, come potrebbe esserlo un componimento musicale piuttosto che una scultura o un dipinto; è indispensabile
saper recepire la sua bellezza, la ricchezza di proposte.
Un critico letterario analizza i versi di un sonetto, un direttore d’orchestra interpreta una sinfonia.
Il fotografo paesaggista viene a trovarsi in circostanze in cui a volte è semplice spettatore di eventi meravigliosi e non deve far altro che lasciarsi
sommergere, azionare il pulsante di scatto della fotocamera quasi dissociandosi da qualsiasi volontà razionale.
In altri momenti l’ascoltatore deve ergersi a direttore, per decodificare spazi che trasmettono su lunghezze invisibili all’occhio umano, deve in
sostanza dare l’anima ad immagini di ambienti nascosti dietro una finta aridità.
L’indagine fotografica sul paesaggio diventa una sorta di scomposizione, una rappresentazione di condizioni irripetibili, uno studio atto a
tradurre su un supporto un messaggio.
Per arrivare a questa condizione lo spazio deve relazionarsi con il tempo e la velocità delle nostre azioni ridursi, consentendoci di entrare in
quella dimensione che sfugge ad uno sguardo superficiale e fugace.
L’attesa può farci scorgere manifestazioni inimmaginabili quasi irrealistiche, indurre quelle visioni che non sono costruzioni della mente, ma
vivono in autonomia e si evidenziano con tagli di luce estremi, con particolari condizioni climatiche.
Una forma diviene tale solo se resa oggettiva e il suo aspetto assume infinite variazioni tante quanti sono gli astanti; realizzazione e spettatore
danno forma ad una idea unica, nessuna opera può prescindere da chi la osserva, da chi è fornito degli strumenti per recepirla.
Il mio amico ed io siamo detentori di due contenitori complementari, il suo è pieno di creatività, di idee, di inventiva, di proposte ed il mio
estremamente ricettivo, capace di accogliere e mettere insieme colori, suoni, idee, tutti elementi in continua mutazione, e fissare quegli istanti
in cui la loro combinazione produce effetti in grado di trasmettere emozioni.