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Fruscio


nel Bosco di Sant’Antonio

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L’albero in genere costituisce il simbolo della creazione e della fertilità, del rapporto fra cielo e terra, della sapienza, della guarigione e soprattutto della metamorfosi ciclica che ad ogni stagione si rinnova: l’Albero della vita” di Gustav Klimt è appunto complesso, solare, aggrovigliato, colorato, un dispiegarsi di spirali ramate, generatrici di energia positiva, linee concentriche dorate che si aprono o si chiudono all’infinito; pur terricolo, fiuttua ipnotico nell’aere come il neonato del film “2001- Odissea nello spazio testimone di secolari accadimenti, immerso nel Sublime di Kant. <

In alcuni miti I’ ALBERO DELLA VlTA si presenta rovesciato (rami in basso e radici in alto). Ad esempio, gli Indiani d’America fanno originare la Terra da un mucchietto di fango rubato alle radici dell’Albero Celeste, capovolto poiché rappresenta il Sole illuminante, la divinità Creatrice, la Persona trascendente che si divide e diventa molteplice nei suoi figli.

Nell’Antico Testamento si accenna al “tronco di Iesse’ una specie di albero degli antenati che nel medioevo rappresenta la discendenza di Cristo dalla stirpe di David.

Ogni uomo nasce dunque da un “cceppo solitamente a capo in giù ma impara presto che si cammina a testa alta. Dall’Homo Erectus in poi, la prospettiva capovolta è ammessa solo per i bambini, per gli artisti, per i fachiri e per gli scemi del villaggio…

Per logica proprietà discendente, le metafore legate al bosco sono molteplici come tante sono le specie vegetali che lo caratterizzano.

Lon tono nel passato e nel futuro, il bosco nasconde e rivela, condanna e redime, comunque incatena. Può celare segreti druidici, angosce fuggiasche condannate a vagolare nei tenebrosi labirinti della mente e immaginifici tesori di briganti avvinazzati; può rivelarsi la più intricato barriera da soggio gare per conquistarsi un posto nel castello dei destini incrociati, dove ognuno si racconta col silenzio, scoprendo pian piano che la sua storia è intrecciata a quella dell’altro nell’immutabilità del caso che scompiglia le carte uguali per tutti; può trasformare spiriti silvani in dispettosi mazzamurille che danzano tra percussioni tribali e voci di contrappunto sincopate, stridenti, flautate come i suoni misteriosi delle notti boschi ve; può accogliere donzelle in fuga da educazionisuperstiziose trosformandole in ninfe fronzute o madri dipiccoliSiddharta avvolte dai sacri rami durante iltravaglio…

lì BOSCO Dl 5. ANTONIO è una pacifica foresta di faggi, alberi sacri a Giove insieme alle querce; il rosseg giare delle foglie era considerato premonitore di cruente battaglie mentre il cavo contorsionismo di alcuni antichi tronchi faceva intendere nascondigli di streghe.

Curiosamente in tedesco “faggio” si traduce “buche” da cui deriva “buch”ossia “libro” poiché un tempo dalla sua corteccia si ricavava la carta.

Che rapporto abbiamo oggi con il bosco? Sembrerebbe ci sia rimasta solo la meta foro dell’intrico esistenziale. Se capita di trascorrervi una giornata, fatichiamo a rilassarci, èaccettabile uno passeggiata che sia breve e in piano, ci sentiamo persi se il cellulare non prende, chiudiamo gli occhi per ascoltare meglio l”’mp3 “, difficilmente rinunciamo al rito asfissiante degli arrosticini ma, paradossalmente, sentiamo l’impellenza di riprendere ed immortalare la giornata con la telecomera, a futura memoria. Persino i figli in tenera età, nonostante la buona volontà nostra e loro, tendono a diffidare della presenza di fate e folletti; i nuovi mostri sono i brutti disegni di alcuni orridi cartoon a cui manco la morbida malvagità delle favole e dei disegni di qualche decennio fa. Del resto, lupi e orchi non mangiano più bambini ma si servono dal fastfood alla moda, Cappuccetto Rosso non ha più paura di fare brutti incontri nel bosco perché sa che è un reality show, i sette nani hanno sostituito Biancaneve con una filippina e Pollicino non si perde più da quando ha il navigatore satellitare.

Eppure, qualcosa di magico sopravvive al disincanto imperante: a ottobre, un refolo inaspettato serpeggia tra le foglie croccanti, disseminate su sterpi muschiati e radici gibbose.

Dai rami, frasche rugginose turbinano improvvise, tempestano l’aria, a tratti planando sulle mani dei bambini che vogliono acchiapparle. . .
e le riso si confondono col fruscio di inafferabili ombre.